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James Hunt, la ‘Voglia Matta’

Galdieri Rent17 aprile 20263 min di lettura8 letture0 commenti
James Hunt, la ‘Voglia Matta’

Il circus odierno ci ha abituato a piloti estremamente ‘controllati’ e freddi,  gente 'performance oriented’ il cui unico fine è vincere o fare punti per il proprio team.

Le cose sono poi ulteriormente peggiorate con il ‘politically correct’ che porta la FIA a multare anche se dici una parolaccia.

Insomma, essere driver di F1 nel 2026 non è particolarmente divertente.

Ma c’è stato un periodo in cui le piste sono state solcate da piloti che oggi non farebbero nemmeno entrare nel paddock.

Correre è vita e la velocità è sublimazione dell’io che tenta di plasmare con la propria forza il mondo circostante.

Come pittori o scrittori sono anche esistiti, in un periodo romantico ed eroico a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, dei veri artisti del volante.

James Hunt, la storia

Tra questi ‘Dandy a 100 ottani ‘un posto d’onore lo merita l’inglese James Hunt.

Si è scritto e detto tanto su di lui, film e fiumi d’inchiostro sul quel mondiale vinto eroicamente nel  1976 a scapito di Lauda considerato la sua ‘antitesi‘ per modo di essere e pensare.

Ma James, prima di tutto, era un uomo  che correva in auto fondamentalmente per godersi il momento.

E vi diremo di più, fondamentalmente aveva anche paura al punto che l’ansia prima di ogni Gp se lo mangiava.

Il papà lo voleva medico, ma l’ego smisurato lo portò a giocarsi la vita su mezzi che erano delle vere e proprie bare viaggianti.

Ma  era un biglietto accettabile per godere  di privilegi  che a nessuno che decide di far parte dell'Establishment borghese erano riservati.

James adorava le macchine, ma prima di queste adorava  le donne.

E tante cadevano ai suoi piedi,il suo stile volutamente ‘Bohemien’ faceva strage ad ogni GP.

Un po' come George Best anche Hunt viveva di eccessi, soprattutto fuori dalla pista.

Leggende metropolitane parlano di  un ‘non stop party’ dopo il trionfo a Fuji del 1976 che lo vide campione del mondo  in compagnia di ben 30 hostess.

Le vicende

Per non parlare del modo in cui guidava fuori dai circuiti.

Come molte star del volante aveva una Porsche  911 rs, ma spesso lo si vedeva al volante di una Austin A30.

Il motivo? La velocità ridotta lo portava sempre ad andare al massimo, creando su strada gli stessi rischi che si correvano in un GP.

Perché portare ad oltre  160 km/h  una Austin degli anni Cinquanta  è pericoloso come guidare una Mclaren al Nurburgring.

Folle e sconsiderato?  Forse.

Amante della vita? A nostro avvisto, al 100%.

Poiché il tempo che ci è dato non è tanto e se si ha il coraggio di esternare la ‘propria voglia matta’ tutto quello che si fa diviene pura manifestazione di ‘vitalismo’.

James vinse poco, un solo mondiale per uno veloce come lui rappresenta il minimo sindacale.

Non si è arricchito ed è morto giovane d’infarto.

Ma la vita se l’è divorata,  come dovrebbe essere.

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