Gerhard Berger, nell’erba per un decimo posto

Gerhard Berger nel 1993 fa ritorno in Ferrari, fortemente voluto da Montezemolo e Lauda.
La nuova monoposto del Cavallino è purtroppo un disastro e non permette ai driver di giocarsela per la vittoria.
Per un pilota di Formula 1 non avere l’auto più competitiva può essere davvero molto frustrante.
Di conseguenza, sia Jean Alesi che Berger, spesso, corrono molti rischi per tentare di fare punti e dare un senso alla stagione.
Purtroppo a volte, nel mix di lentezza ed inaffidabilità proprio della Ferrari di quel periodo, perdere la ragione e fare una cavolata in pista è un attimo.
Gerhard Berger, la storia
Spa 1993, ultimi giri.
La Ferrari di Berger naviga in un'anonima decima posizione, lontana anni luce dalla zona punti.
Dietro di lui si avvicina Mark Blundell con la Ligier, che è molto più veloce, grazie anche alla
gomme più fresche appena montate.
L’inglese, con grande tranquillità, si appresta a superare la monoposto italiana. Ma Gerhard, con ormai la Ligier davanti, scarta all’improvviso verso destra. Le due monoposto si agganciano e finiscono rovinosamente contro le barriere.
Sia per Blundell che per Berger la gara è ormai finita.
Le vicende
La cosa più triste sarà l’atteggiamento completamente ‘disinteressato’ dell’ austriaco. Dirà che ogni lamentela da parte della Ligier è inutile, visto che si trattava solo di un decimo posto. Dimenticandosi degli ingenti danni creati al team francese con la sua manovra che ha praticamente messo ko il telaio.
Per Berger non ci sarà alcuna investigazione o multa, con la FIA che bollerà il tutto come un semplice incidente di gara.
L’austriaco non era nuovo a tali scorrettezze e, nel corso degli anni, darà saggio di altre manovre simili a danno di Hill, Prost e Piquet.
Nel 1996 all’Estoril mette fuori dai giochi la Ferrari di Eddie Irvine, tamponandola.
Il tutto per un misero sesto posto.
Manovre sicuramente dettate dal ‘nervosismo‘ del non avere in quei momenti l’auto migliore e non potendo, di conseguenza, lottare per la vittoria.
L’aver guidato ‘mezzi prestazionali’ come la Mclaren di Gordon Murray o le prime Ferrari di Barnard, negli ultimi anni di carriera, rendeva l’austriaco nervoso. Soprattutto quando si trattava di pilotare macchine non in grado di giocarsela per il gradino più alto del podio.
E la conseguenza erano manovre da teatro dell’assurdo, degne di un pilota di formula ‘Ford’ alle prime armi e non di un professionista navigato.
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