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Austin Maxi, la ‘familiare’ inglese antesignana delle ‘MPV’

Galdieri Rent28 aprile 20264 min di lettura4 letture0 commenti
Austin Maxi

Austin Maxi, tutta la storia. ‘MPV’, acronimo di  ‘Multi  Purprose Veichle’ è un termine riferito alle auto monovolume o multispazio.

Una categoria che negli anni ‘80 con la Renault Espace conobbe grandi sviluppi che culminarono negli anni  ‘90. Intere ‘car -line’ sviluppate intorno a questo concetto di massimo sfruttamento degli spazi.

‘MPV’, acronimo di  ‘Multi  Purprose Veichle’, è un termine riferito alle auto monovolume o multispazio.

Austin Maxi, la storia

Per molti ingegneri l’idea del grande spazio interno a dispetto di dimensioni esterne ‘compatte’  è un vero  e proprio 'caposaldo'  legato alla progettazione di nuovi modelli.

In Italia la ‘Fiat’ di Giacosa approfondì il concetto con la ‘600 Multipla’ e la ‘500 Giardiniera’, Come? Utilizzando in maniera molto furba gli spazi interni.

Ma il maestro in tale settore è Alec Issigonis, il progettista di origine turca che lavora per la British Motor Corporation.

Trazione anteriore, motore trasversale, ruote all’angolo della carrozzeria, interno molto spazioso in relazione alle dimensioni interne: queste erano le auto di Alec.

La ‘Mini’ e la ‘ADO 16’ furono le prime ad applicare questa filosofia, ma il massimo compimento di questa visione ingegneristica si ebbe con la ‘Maxi’ del 1968.

Commercializzata con il marchio ‘Austin’, la ‘Maxi’ derivava in parte dalla Austin 1800, ma aveva un maggiore ‘focus’ sulla praticità.

La scocca è dotata di un pratico portellone che permette di caricare senza alcun tipo di problema anche oggetti ingombranti. All’interno, abbattendo tutti i sedili, si ha la ‘vivibilità’ paragonabile a quella di un piccolo camper.

Disponibili al lancio due motori, un 1300 ed un 1500.

Sarà poi proposta anche una potente versione ‘1750’ con doppio carburatore, fatta per coprire la nicchia di mercato che era della vecchia ‘Austin 1800’.

Il tallone d’Achille della Maxi era l'estetica, poiché il passo lungo penalizzava non poco l’armonia complessiva del design .

Altri gravi problemi provengono dal cambio, il cui meccanismo con attivazione a ‘corde’ molto lunghe penalizza gli innesti che risultano duri ed imprecisi.

Le vicende

D’altronde in BMC avevano bisogno di un cambio a cinque marce che non avevano e così adattarono il  quattro marce della 1100/1300 con un risultato alquanto disastroso.

Purtroppo il nuovo cambio non arriva prima del 1971. Questo, unito alla scarsa affidabilità  tipica delle produzioni Austin Morris di quel periodo, compromette non poco le vendite,  che sono molto al di sotto delle aspettative.

La versione MK2 del 1971, oltre al nuovo cambio a cinque marce progettato 'ad hoc', ha anche interni  e finiture migliorate.

Ma per gli Inglesi, la ‘Maxi’ è sinonimo di ‘auto bizzarra‘ necessaria solo se si ha bisogno di tanto spazio.

E poi perché comprarla quando per lo stesso prezzo potevi metterti in garage la nuova Ford Cortina Estate, molto più affidabile e dal design che strizzava l’occhio alle SW americane?

Occasione mancata

La Austin Maxi era, in sintesi, battuta in partenza.

Fu un flop ed in Europa non fu nemmeno commercializzata (tranne alcuni esemplari arrivati con il contagocce in Germania e Francia).

Andò un po' meglio in Danimarca, ma era chiaro che la ‘Maxi‘ era destinata a finire.

Nel 1980 esce di scena, lasciando in eredità un concetto che poi sarà approfondito da tutti i costruttori negli anni a venire, quello della vettura ‘Multispazio’.

La Austin Maxi ne fu l’antesignana e forse, se fosse stata costruita con più cura ed avesse avuto un stile più elegante, avrebbe avuto molto più successo.

Purtroppo, come molte volte capita con le auto britanniche, era un'ottima idea confezionata male.

Un'occasione mancata?

Sicuramente.

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